Sergio Bologna: Dal Conservatorio Puccini Della Spezia Alla Grande Lirica

Mai un eccesso o una forzatura, tutto sembra venire naturale al baritono Sergio Bologna, che abbiamo intervistato nella sua cittadina natale, Carrara. Diplomato presso il Conservatorio “G. Puccini” di La Spezia, nel 1996 vince i concorsi “Battistini” ed “Iris Adami Corradetti”, debuttando Figaro ne Il Barbiere di Siviglia.

Dopo il debutto rossiniano il repertorio diventerà belcantista con particolare predilezione dei ruoli donizettiani ed affrontando successivamente il teatro verdiano e pucciniano. Il suo prossimo impegno sarà al Teatro Carlo Felice di Genova in Cavalleria Rusticana/Pagliacci dal 24 al 30 maggio.

D: Quando e come nasce il tuo amore per la musica?

R: Ho iniziato l’ascolto della lirica già molto piccolo, avevo circa 2/3 anni, attraverso mio padre che ne era appassionato. Qualche disco, ma principalmente alla radio. Probabilmente un fattore nel DNA poiché  anche i nonni erano melomani appassionati. Crescendo, mio padre si accorse  che la mia attenzione aumentava e decise di portarmi,  avevo cinque anni e mezzo circa, a vedere Rigoletto a teatro. Quella serata lì per me fu magica, perché veramente mi immedesimai in quella storia e il giorno dopo mimavo i movimenti che faceva Rigoletto in scena, canticchiando. Fu quindi un approccio naturale e spontaneo. Mio padre continuò a portarmi ogni volta possibile a teatro, a Genova, Parma, Torre del Lago, Firenze… Però la prima opera la vidi al Teatro Verdi di Carrara.

D: Tu hai fatto il Conservatorio Giacomo Puccini: come mai c’è stata questa scelta di andare proprio alla Spezia?

R: All’epoca suonavo il flicorno nella Banda della Marina alla Spezia. Con una piccola orchestrina all’interno della Banda mi esibivo anche in piccole festicciole organizzate sempre dalla Marina, oppure da noi, cantando le canzoni cosiddette evergreen come Granada o Ramona. Ascoltandomi un amico mi disse che con la mia voce avrei potuto  fare il cantante lirico e volle portarmi con se al Conservatorio della Spezia dove mi fecero un’audizione e mi presero per l’anno successivo. Così  iniziai i corsi regolari alla Spezia nella metà degli anni Ottanta.

D: Il tuo debutto nell’Opera qual è stato?

R: Dopo essermi diplomato  feci audizioni e concorsi nei Cori lirici più importanti: Fenice di Venezia, Firenze, Genova. Scelsi di entrare a Firenze dove rimasi tre anni. Questo mi permise di completare gli studi, prepararmi bene e raggiungere una tranquillità anche economica. Lavorare in un Coro così famoso e ben strutturato come quello del Comunale di Firenze, del Maggio Fiorentino, é stato importantissimo. Successivamente feci concorsi da solista, il Mattia Battistini a Roma, l’Iris Adami Corradetti a Padova, poi il Voci Verdiane a Busseto. Così si aprì la mia carriera perché il premio del concorso Mattia Battistini era  debuttare l’Opera e io debuttai nel Barbiere di Siviglia di Rossini con il ruolo di Figaro.

D: Com’è la vita di un cantante lirico?

R: La vita di un cantante lirico è vicina a quella di un atleta. Non ci si può permettere la libertà di fare tutto quello che si vuole perché la voce è legata troppo al corpo e quindi occorre stare a diversi rigori. Eviatare i vari raffreddamenti e fare attenzione alla dieta perché  l’apparato gastrico influisce sulla fonazione. Come gli atleti mantengono un rigore sulla dieta e sugli allenamenti, così il cantante deve rispettare delle regole mantenendo una certa disciplina. Se  non lo fa, spesso ne paga le conseguenze.

D: Come curi la tua voce?

R: La voce è il mio strumento professionale. Intanto c’è una parte molto fisica legata alla respirazione, che è atletica, una respirazione molto simile all’apnea che fanno i sub e che va sempre molto allenata ed esercitata. Quindi fa bene fare sport, il nuoto soprattutto, io lo consiglio sempre.

D: C’é un ruolo nel quale sei particolarmente a tuo agio?

R: Certamente Figaro, con il quale ho debuttato e replicato oltre duecento recite del Barbiere di Siviglia, anche se negli anni ho affrontato più di quaranta ruoli primari…  Poi Rigoletto, Iago, Tonio de I Pagliacci, perché sono uomini veri, regalano sempre un’emozione fortissima al pubblico che riconosce la cattiveria, la tristezza, l’amore, la paternità, temi sempre attuali e intramontabili. Chi, per esempio, non ha trovato uno Iago nella vita?  

D: Qual’è il momento di maggior orgoglio della tua carriera?

R: Sicuramente quando ho cantato Rigoletto qui a Carrara al Teatro Verdi perché è il teatro dove sono stato per la prima volta da bambino, a vedere proprio Rigoletto! E’ stato un momento di magia, come  la realizzazione di un sogno in un ambiente familiare, in mezzo a persone che conoscevo, in mezzo alle persone con le quali andavo all’Opera. 

D: Hai avuto delle delusioni oppure hai qualche rimpianto?

R: No, non ho nessun rimpianto, sono riuscito a cantare tutti i ruoli che desideravo e non ho avuto mai momenti di débâcle o di tristezza. Certo, il mondo della lirica è cambiato rispetto a tanti anni fa, non è più quello che io vedevo da bimbo e che ho sognato che fosse. In questo senso c’è un pochino di amarezza. Una volta c’erano gli appassionati di lirica che conoscevano tutto dell’Opera, la vivevano visceralmente, talvolta anche con un’attenzione forse esagerata, ma c’era una partecipazione totale, molti erano intenditori e sapevano di esserlo, credevano nel loro gusto, nel loro piacere e quindi riuscivano anche in maniera esagerata a dimostrarlo nel teatro. Il teatro era vivo, il pubblico palpitante, si sentiva la febbre quando si entrava in teatro. Oggi si va all’opera per vedere uno spettacolo e godere una bella serata, ma mancano gli appassionati, i loggionisti, sono diminuiti. La lirica non è più considerata un’arte da vivere pienamente, ecco la lacuna grande che c’è. 

D: Cosa pensi della proposta fatta all’UNESCO per riconoscere l’Opera lirica patrimonio dell’umanità?

R: Sarebbe un riconoscimento importantissimo. Noi italiani pensiamo di avere il riconoscimento di tutte le nostre cose, ma spesso non è così. L’Italia è un museo diffuso, vanta un immenso patrimonio artistico e anche la musica fino a un certo periodo è stata cosa facile e spontanea, ma oggi non è più. Osserviamo, per esempio, l’attenzione che si è creata in Oriente verso la lirica. La Cina costruisce ogni anno teatri per rappresentare l’Opera lirica italiana. Questo ci fa capire quanto sia importante quest’arte che per un certo periodo è stata considerata cosa “da vecchi”, elitaria e sorpassata. Invece è senz’altro la forma teatrale più completa, più complicata anche da fare, perché non solo ha bisogno di musicisti e di cantanti, ma ha bisogno di maestranze specializzate che rischiano di andare in estinzione. I teatri non possono più assumere, abbiamo teatri che sono pieni di cinquanta-sessantenni di maestranze. Quindi, se questi vanno in pensione e non trasmettono ai giovani tecnicamente anche il modo di fare gli spettacoli, di fare l’Opera, si rischia di perdere questo patrimonio. Già  qualcosa abbiamo perso, per esempio il modo di fare l’Opera lirica in maniera attiva, con le tele dipinte, quindi saper tirare le tele, montarle, lo sanno fare pochi ormai. Lo stesso vale per i costumi, abbiamo dei costumi storici meravigliosi. Fortunatamente esistono delle Fondazioni come la Ceratelli che ha raccolto molti dei costumi degli anni Cinquanta, ideati da Visconti, Zeffirelli ed altri registi, e che  mantengono anche una  struttura sartoriale per mantenere viva questa forma d’arte. Abbiamo quindi un patrimonio artistico nel settore operistico che dobbiamo non solo mantenere ma anche trasmettere.

Paola Settimini – Alberto Bonfigli

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